martedì 27 luglio 2010

"Parnassus, L'uomo che voleva ingannare il diavolo" ovvero "come Dio si ritrovò a vendere Bibbie".


Parnassus –L’uomo che voleva ingannare il diavolo-
(The Imaginarium of Doctor Parnassus) di Terry Gilliam. [2009]


Una banda di teatranti sgangherati si muove con il proprio carrozzone ambulante, invitando il pubblico, sempre più esiguo, ad entrare oltre lo specchio che mostrerà i loro sogni. Non tutto è semplice come sembra: ognuno di noi deve scegliere tra il sacrificio che inseguire il sogno comporta e la comodità della via più facile, dietro la quale si nasconde Mr Nick (Tom Waits), che contende a Parnassus (Charles McKeown) le anime degli spettatori.
La sfida tra i due, iniziata con una scommessa, è degenerata a tal punto che Parnassus ha dovuto promettere la propria figlia Valentina (Lily Cole) al rivale. Tutto sembra infine perduto ma accidentalmente la compagnia salva dal suicidio Tony (Heath Ledger), un giovane dal passato oscuro, che, affidandosi al marketing, trova a Parnassus il pubblico sufficiente per riaprire la sfida.

Apprezzo molti lavori del regista, ma sono andato a vedere questo film con un po’ di scetticismo, vuoi perché è chiaramente estinta la verve fantastica di molti dei registi della sua generazione, (outsider negli anni 70-80 e forti di questa differenza; una volta “normalizzati”,incapaci di sopravvivere a se stessi), vuoi anche per il clamore mediatico dovuto alla morte di Heath Ledger durante le riprese, sostituito a titolo gratuito dagli amici Jude Law, Johnny Depp e Colin Farrel. Il trailer, inoltre, puntava sull’esubero grafico, tanto caro ai nuovi cantori del fantasy -e non solo- che spesso finisce per imbarazzare tutto l’impianto narrativo.
In realtà ho apprezzato il film, è cupo e tagliente, teatrale quanto basta per piacermi, con scenografie, fotografia e costumi d’eccezione. Il film si dipana tra tempi compresenti: la Belle Epoque, gli anni ’40 e la contemporaneità, ruotando attorno ad una Londra monumentale e cupa che torreggia sull’aridità desolata e piovigginosa della periferia. Grande bravura degli attori nel riuscire a caratterizzarsi nonostante il ruolo di piccole tessere al servizio di un enorme scacchiera postmoderna tra Immaginazione e Aridità consumistica.
Il primo tempo, un po’ logorroico e ripiegato sull’enfasi narrativa (Gilliam ha dichiarato che la soluzione finale era già frutto di una serie di tagli ulteriori, decisi per il bene del pubblico), lascia posto ad una seconda parte immaginifica, incalzante e intensa.
Terzo lavoro a due mani tra Gilliam e Charles McKeon, già co-sceneggiatore di “Brazil” e “Le avventure del barone di Munchausen” è certamente animato da un intento autobiografico. Racconta una fiaba sulla nuova Hollywood, sugli incubi del successo e su come, per essere immortali si rinunci alla vitalità e per riconquistarla si debba mettere in gioco tutto. La fotografia è affidata ad un partner storico di Gilliam, Nicola Pecorini, gloria nazionale e artista di grande talento, già direttore della fotografia per “Paura e Delirio a Las Vegas”, “Tideland”, “I fratelli Grimm e l’incantevole strega”. Un film difficilmente classificabile tra gli indimenticabili, ma importante forse per la manierata preghiera di chi dell’arte ha fatto una ragione di vita, esponendosi in un sincero mea culpa con il proprio pubblico. In questo caso vige però l'ambiguità dello stesso film, non si capisce infatti se sia necessità artistica o necessità economica.

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