
(XY, Sandro Veronesi, Fandango 2010)
Le recensioni sono fioccate e in effetti raramente si pongono davvero a favore o contro l’ultimo libro di Sandro Veronesi, “XY”. Non ho la presunzione di aver inteso il romanzo meglio di molti critici, preferisco pensare che, semplicemente, questi non l’abbiano letto, ogni recensione pare infatti essere un flusso sinonimico di altre precedenti, derivanti da un prototipo scialbo e descrittivo. In effetti “XY” è stato un notevole evento mediatico, presente da mesi prima sul sito, su Facebook e su Twitter. Il gioco di Fandango era quello di mettere –alla Lost, per intenderci- una serie periodica di “indizi” che avrebbero aiutato a risolvere una trama intricata. La promozione ha funzionato, ma non ha mantenuto le sue promesse.
Questo “XY” cos’è? Lo descriverei così: Due figure, punti di riferimento, estremamente umane: la dottoressa Gassion e Don Ermete, si trovano lontani dalla civiltà a elucubrare su un’ecatombe inspiegabile, finendo per assorbire in maniera catartica l’energia sufficiente a sciogliere i nodi avviluppati alla loro coscienza.
Questa storia non è fine a se stessa, è una più ampia metafora di come ogni uomo viva l’elaborazione del lutto verso una liberazione finale e l’inizio di una vita nuova. Veronesi scava nel rapporto che la nostra mente ha con le tante cose nella vita di ciascuno di noi che sono per lo più inspiegabili: coincidenze, ritorni, assurdità, ma all’ombra dell’atteggiamento del “Non chiederti le cause, chiediti come uscirne” l’autore consente alla trama un po’ più del consentito.
Il romanzo è certamente ben scritto, la prosa ha il ritmo e i tempi giusti, ma è la trama è troppo statica, e ogni volta, constatando quante pagine mi dividessero dalla fine (vizio che ho sempre con ogni libro), mi domandavo allibito come si sarebbe risolto in un tempo così breve.
Credo che la doppia lettura del romanzo sia stata un autogol per la trama: il “doppio senso” deve essere lasciato emergere dai fatti, non sono i fatti che vanno piegati e malleati ad uso e scopo dell’autore fino al punto di perdere di credibilità e significatività.
Questo scintillante e attraente carosello di evidenze grottesche e sovrannaturali, o meglio il loro disvelamento, è uno dei pochi elementi che ci porta avanti nella lettura, ma la storia vera e propria scorre ad essi parallela, traendone tutta la forza.
Se vi aspettate una soluzione al mistero fitto, a tratti orrorifico che ti coinvolge nella lettura, non ci sarà, questa situazione è solo la benzina della trama, ma rimane a cornice di un sommario dramma da camera a due personaggi. Veronesi avrebbe dovuto cercare di essere meno simbolico ed eclatante e magari raggiungere un centro narrativo di spessore, piuttosto che lavorare su una trama scaltra, fluida e curata, ma ben poco profonda e piuttosto fragile.
Ritengo, andando al cuore della trama, poco educativa la balzana idea che davanti all’eventualità di una possibile strage si chiudano gli occhi e si passi oltre come scelta di vita. So che non è questo il metro di giudizio pertinente in ambito artistico, ma sono anche certo che l’arte abbia il dovere di porre interrogativi all’umanità. Le risposte che diamo ad esse, determinano le differenze tra la posizione sociale, culturale ed inevitabilmente politica di una generazione rispetto ad un’altra. Mi spaventano, in questo senso, le risposte blande e relativiste che il libro di Veronesi pone in calce a domande sconcertanti -bibliche perfino- su dolore, libero arbitrio, senso del male.
Pur trovandomi d’accordo con l’assunto dell’autore “c’è troppo dolore e non sappiamo che farcene e come uscirne”, credo che il momento storico non sia esattamente conforme per poterci permettere un desiato oblio, non trovo inoltre né civile, né onesta una soluzione narrativa di tal fatta, quanto mai nell’Italia di oggi in cui si dubita e litiga ancora su Piazza Fontana, Ustica, tanto da far supporre che la realtà ci sarà negata per sempre.
Molto rumore per nulla? Non solo: siamo stati truffati.
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