
SOFFOCARE, C. Palahniuk, Mondadori 2009, 8,80 Euro, 280 pagine
"Stai diventando avido, non puoi costringere la gente ad amarti con l'inganno"
“Soffocare” in lingua originale “Choke” ovvero “Soffocare, Strozzarsi” e questa sensazione è un po’ il leit motiv del romanzo.
“L’America ha uno slogan: “mai abbastanza”. Niente è mai abbastanza veloce. Abbastanza grande. Non siamo mai contenti. Cerchiamo sempre di migliorare..”
C’è qualcosa che blocca, che strozza, che impedisce il flusso sereno, provocando deflagrazioni interne, più o meno silenziose, ma mai senza conseguenze.
Chi finge di soffocare nei ristoranti, non sempre ha semplicemente problemi col pagamento del conto, ma nessuno penserebbe che il suo intento è quello di invischiarsi in ragioni affettive con chi ti salva, di creare un legame vittima-eroe, di farsi amare come un figlio indifeso è amato dal genitore.
“E’ così facile. Non devi per forza essere bello, almeno non in superficie, eppure vinci lo stesso. Devi solo lasciarti andare, fare il debole e l’umiliato. Continuare tutta la vita a ripetere: Scusa. Scusa. Scusa. Scusa. Scusa.”
Un campione del fallimento, Victor Mancini, in balìa della sua vita di ventenne americano: la dipendenza dal sesso occasionale, dalla passività delle relazioni umane che diventano la valvola di sfogo dell’incertezza cosmica. Un boccone che ti strozza e che non hai nessuna voglia di muovere da dov’è, a meno che non ti costringano a farlo.
Figlio sballottato su e giù per l’America, da una madre ex-attivista squilibrata che, tra rapimenti, galere e droghe, lo cresce nel terrorismo mentale di una totale mancanza di fiducia nel mondo.
“L’epoca dell’illuminismo è finita. Ora stiamo vivendo il Dis-Illuminismo.”
Dentro e fuori dalla clinica privata in cui la madre è ricoverata in fin di vita, assieme a decine di anziani che – in preda a morbi- accusano tutti di misfatti irrisolti della loro giovinezza. Nemmeno la madre di Victor riconosce più la realtà, scambiandolo ogni volta per qualcun altro. Buttandosi a capofitto nel sesso animalesco fornitogli dali incontri per sessodipendenti, e di nuovo dentro e fuori dai costumi prurulenti di Colonial Dunsboro, una cittadina turistica ricostruita tale e quale al 1734 in cui Victor lavora e in cui è costretto all’assoluta veridicità storica, punibile con la gogna pubblica in caso di trasgressione.
Denny, compagno di sventura di Victor, si intestardisce nel combattere la dipendenza, raccogliendo una pietra per ogni giorno che trascorre rinunciando a masturbarsi. Le pietre iniziano a moltiplicarsi, a riempire le stanze, fino ad innalzarsi in un monumento, un “non si sa cosa”.
Due giovani, come tutta la contemporaneità, di fronte all’impossibilità di negarsi a uno stallo perpetuo, ad una missione degenere in cui si è plagiati dalla bulimia e dalla fuga, davanti alla scelta tra soccombere -negandosi vie di uscita- oppure costruire, senza ideologie, cattedrali del nostro tempo, torri di babele che si allungano senza forma, col solo intento di distrarci dall’aridità del reale.
Solo un crollare degli eventi, uno sbandamento inconsolabile, uno strappo col passato verrà a sventrarci con dolore e vergogna e farci cadere addosso le pietre delle nostre inutili costruzioni. Doloroso, forse? Forse. Ma ci costringerebbe a lasciarci alle spalle la nostra fiacca storiella che dagli anni ’70 è rotolata fino a noi. E ripartire da zero (finalmente?).
“Importante” non è la parola esatta, ma è la prima che mi viene in mente.
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