

Scritto e diretto da Darren Aronofsky, 1998
Maximillian Cohen è un matematico. E questo non lo diresti mai, se non ci fosse la bambina cinese che ogni tanto passa e lo mette alla prova con operazioni complicatissime.
Vive in uno striminzito appartamento riempito di aggeggi e fili che vorrebbero dare l’idea di un incomparabile congegno elettronico, nemmeno fossimo nella stanza di Harvard occupata da Bill Gates. In realtà l'occupazione di Max è controllare su uno schermo i dati di borsa, cercando di trovare una formula di andamento generale e arricchirsi impudentemente. Ad un certo punto, casualmente, capisce che è la spirale.
Primo ostacolo: è matto, asociale e continua a raccontare che la mamma gli aveva detto di non guardare il sole, e lui da piccolo l’ha fatto. Non si sa se questa sia la supposta causa dei deliri epilettici che lo fanno ribaltare senza sensi, in posti a caso, col sangue al naso. Ma è ben sottolineato che prende pillole inutili (scena e taglio per altro mutuati da All that jazz) e si spara siringate di medicinali che certo non paiono essere di molto aiuto.
Secondo ostacolo: Benché Max in realtà non faccia altro che pigiare “invio” e divagare sulla prospettiva aurea, tutti gli stanno alle costole. Non si capisce più chi siano le comparse e chi, invece, i nemici: i rabbini? Gli agenti di Wall Street con cravatte strane (uno è Aronofsky senior) ? Clint Mansell che oltre ad aver scelto i pezzi della colonna sonora, compare facendo delle foto? La padrona di casa? La vicina gnocca? Le formiche che infestano l’appartamento? Boh.
Tutti questi inseguimenti, e violenti rapimenti –perché non sono solo seghe mentali, c’è anche dell’action- hanno come scopo queste maledette 216 cifre (che non solo escono semplicemente premendo “Invio” -specie dopo che Max ha rubato un superprocessore ultraefficiente- ma che il suo anziano prof. ha persino già scoperto più volte e sono state causa di numerosi infarti, giusto per... ).
Terzo ostacolo: questo film è in bianco e nero e in 16 mm, con un contrasto fortissimo (la fotografia,in realtà, è una delle poche scelte che nel film ho apprezzato, non fosse che in certi punti non si vede una beata minchia. Peraltro il grande casting ha scelto un’attrice nera, con un cappotto nero, su sfondo nero, in notturna, di cui io, sinceramente, sentivo solo la voce.)
Π (in italiano Pi greco, il teorema del delirio) è un film che incorre in parecchi clichè rimbalzando tra Cronemberg e Lynch, ma non riesce a nascondere le vistose lacune della sceneggiatura. Apprezzata qualche scelta stilistica – spesso una patina intellettualoide sostenuta da nient’altro che dalle intenzioni- e l’interessante intepretazione di Sean Gullette, che in pratica regge tutto il film, consolerà (me) l’informazione che sia stato girato a low budget (60.000 dollari) e consolerà (il regista) l’entusiasmo dei critici. In più è possibile notare anche le foglie di platano al vento che Sam Mendes l’anno dopo ha riutilizzato in American Beauty, ma se vogliamo parlare di furti, qualche mese dopo è uscito Matrix. in effetti Pi Greco sembra un po’ il mostro creato da un mix di indiscrezioni e voci di corridoio sulla trama del film dei Wachowski.
Aronofsky ha fatto anche di meglio, tranquilli, con questo film voleva solo dirci che, dopo i trapani, la matematica è una delle cose più dolorose del mondo.
[P.S. Si ringrazia Roy Menarini che è riuscito ad utilizzare le parole Wittengstein e Polanski nella recensione di questo film, per cui gli dobbiamo da bere come era previsto dalla scommessa.]
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